La Cina investe in Italia: nuove opportunità per il nostro paese

La Cina investe in Italia: nuove opportunità per il nostro paese

Negli ultimi anni sono stati acquistati dai cinesi numerosi grandi brand del made in Italy, in particolare nei settori della moda, dell’industrial, dell’energia e delle telecomunicazioni. Un colossale giro di affari che ha risollevato le sorti di molte aziende nazionali e che pone le basi per uno scambio sempre più proficuo fra Italia e Asia.

Negli ultimi anni l’Italia è diventato il paese più ambito dai cinesi, dopo il Regno Unito, per gli investimenti.
Dal 2010 la Cina ha infatti investito nel nostro paese oltre 10 miliardi di euro, con il record di oltre 5 miliardi registrato nel 2014. Oggi i cinesi detengono il 27% degli investimenti esteri in Italia e possiedono oltre 300 aziende, che danno lavoro a quasi 18000 persone e producono 8,4 miliardi di euro del nostro PIL.

Mentre inizialmente Pechino era interessato soprattutto a piccole aziende industriali con tagli d’investimento che superavano difficilmente i 100 milioni, in questi anni grandi industriali e fondi sovrani hanno eseguito acquisti più importanti, riservati in passato ai mercati di Usa e Gran Bretagna.

Rientrano nella soglia del 2% Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Intesa Sanpaolo, Generali Assicurazioni e Mediobanca, acquistati dalla Bank of China, così come Eni, Telecom ed Enel per il settore energia e telecomunicazioni. Tra le acquisizioni che superano il 2% ci sono Fiat-Chrysler, Prysmian, Saipem e Terna.

Il settore dove i cinesi investono di più però è quello della moda.
I brand Pinco Pallino, Miss Sixty, Sergio Tacchini, Roberta di Camerino, Mariella Burani sono stati acquisiti al 100%, Salvatore Ferragamo per il 6% e Caruso per il 35%. Il caso più noto è quello di Krizia, acquistata nel 2014 da Shenzhen Marisfrolg Fashion co, una delle aziende leader in Asia del pret-a-porter di fascia alta.

fashionfashionblog.it

Non di rado gli investimenti cinesi si rivelano estremamente positivi, se non addirittura una possibilità di salvezza, per le aziende italiane.                       
Come nel caso del Gruppo Ferretti, che nel 2010 si era trovato a fronteggiare delle difficoltà ma che, dopo essere stata acquisito nel 2012 per il 75% dal gruppo Shig- Weichai, è riuscito a tornare uno dei brand di punta nel settore della cantieristica navale.

O nel caso di Pirelli, acquistata in maggioranza dal colosso cinese dell’industria chimica ChemChina e salita dal quattordicesimo posto al quarto posto come player mondiale nel campo dell’Industrial.

cina-italia

linkiesta.it

Numerosi sono poi gli investimenti diretti di gruppi cinesi che aprono filiali in Italia.
Per esempio la Bank of China ha sede a Milano dal 1998, e dal 2007 ha aperto la società di consulenza finanziaria China Milan Equity Exchange. Nel 2011 il colosso elettronico Huawei ha inaugurato a Segrate il primo centro di ricerca fuori dalla Cina sullo studio delle microonde, consentendo a numerosi ingegneri altamente qualificati di lavorare nel proprio paese, piuttosto che emigrare in cerca di fortuna.

Recentemente sono arrivati inoltre Haier, Cosco, Baosteel, China Ocean Shipping Compan, Nanjing Automotive Corporation e il gruppo di abbigliamento Jihua.

L’Italia è diventato un paese tanto ambito dagli investitori cinesi principalmente per tre motivi:

  • Per la posizione geografica, che la rende un punto cruciale nella strategia cinese della “nuova via della seta”, un’iniziativa volta a migliorare i collegamenti e la cooperazione tra paesi nell’Eurasia;
  • per l’elevato livello di tecnologia e know-how;
  • per la forte attrazione che i brand e i prodotti del Nord America e dell’Europa, in particolare del nostro paese, esercitano sui consumatori asiatici.

A sua volta la Cina rappresenta un’interessante opportunità per le aziende italiane.
Non soltanto grazie alle sue elevate disponibilità liquide che permettono di fare fronte alla crisi economica attuale, ma anche perché garantisce l’accesso al mercato asiatico – fra i più promettenti a livello mondiale – in cui le imprese nazionali, troppo fragili e piccole, non sarebbero in grado di affrontare la competizione globale.

Competenze

Postato il

19 maggio 2016